Roma, l’imbroglio dei piani di zona: duecentomila case sospese

Per essere vendute devono essere rivalutate ma in Comune ci sono solo due tecnici

di DANIELE AUTIERI

 

Oltre tremila domande inevase, accatastate sulla scrivania di due impiegati al primo piano del dipartimento Urbanistica, e un potenziale di duecentomila abitazioni che non possono essere vendute. È questa la risposta del Comune di Roma al caos scaturito dalla più grande frode edilizia che la Capitale abbia mai vissuto: i 125 piani di zona, nati alla fine degli anni ’70 per favorire l’acquisto della casa alle famiglie disagiate e trasformati in una colossale speculazione con decine di migliaia di appartamenti comprati a prezzi calmierati e rivenduti (spesso all’insaputa degli acquirenti) ai valori di mercato.

Una prassi che per anni si è consumata grazie al pericoloso tandem formato da notai compiacenti, che siglavano i contratti sebbene irregolari, e da dirigenti comunali complici, come dimostra un documento interno a Roma Capitale. La carta, una risposta alla richiesta di permesso di vendita per un immobile vincolato, riporta la dicitura tipo: “Per quanto riguarda la trasferibilità a terzi dell’alloggio non sussistono limitazioni o vincoli”. In realtà, i vincoli c’erano perché la convenzione dell’edilizia agevolata ( prevista dalla Regione Lazio che finanziava e che finanzia tuttora i piani di zona) prevedeva la vendita dell’immobile senza maggiorazioni rispetto al prezzo d’acquisto, una regola alla quale sono contravvenuti in tanti, almeno fino al 2015 quando il Commissario Francesco Paolo Tronca ha istituito una sanatoria. La sanatoria permette a tutti i proprietari di richiedere l’affrancazione, quindi la liberatoria dal vincolo di vendita, che può essere ottenuta pagando una cifra variabile tra i 15mila e i 50mila euro in base al valore dell’immobile.

La decisione, sacrosanta per chi ha comprato a poco e vuole rivendere a tanto, colpisce invece duramente tutti quelli che hanno acquistato case in edilizia agevolata a prezzi di mercato. Si tratta di decine di migliaia di persone che, complice il lavoro poco pulito di alcune agenzie intermediarie e il lassismo del Comune di Roma, sono finiti in una trappola simile a quella costruita intorno alle aspettative di tantissimi risparmiatori italiani.
In sostanza, anche chi ha acquistato appartamenti di ” seconda mano” a prezzi di mercato (spesso grazie all’apertura di un mutuo), si trova adesso obbligato a pagare un extra consistente per svincolarli. Stesso discorso vale per i figli che ereditano la casa dal genitore defunto e non possono metterla a reddito senza pagare il dazio comunale.

Un destino che coinvolge tantissime persone, molte delle quali hanno scelto la via legale contro i notai e le agenzie immobiliari complici della frode. Alla loro responsabilità si aggiunge oggi quella del Comune di Roma, e nella fattispecie di alcuni suoi dirigenti, che hanno vidimato quei permessi come fossero acqua fresca. Un bubbone esploso tra le mani dell’amministrazione Raggi che, dopo la decisione di Tronca di risolvere il problema facendo pagare a tutti indiscriminatamente, si trova oggi a gestire le conseguenze di questa scelta.

E la gestione è fallimentare come dimostra quanto sta accadendo fuori dalla stanza 112 al primo piano del dipartimento Urbanistica dove ai cittadini viene richiesto di mettersi in fila scrivendo il proprio nome a penna e di attendere con incrollabile pazienza. È qui che, in mezzo al dramma collettivo, si insinuano promesse di ogni genere: quelle degli avvocati, che assicurano di poter risolvere il problema; delle agenzie, che sbandierano corsie preferenziali in seno all’amministrazione in cambio di alte provvigioni; e dei notai che, a differenza del passato, cominciano a dissuadere i loro clienti dal comprare case in edilizia agevolata. Di fronte a questo enorme agitarsi, l’unica certezza rimane l’immobilismo.

Questo emerge in modo netto dalla lista delle richieste presentate negli ultimi due anni – di cui Repubblica è entrata in possesso – che riporta il dettaglio delle 3.300 domande. Ad ognuna è assegnato dal dipartimento un livello di priorità, tuttavia, alla voce “pratica urgente”, la risposta dell’amministrazione per oltre l’80% delle domande è un “no”. Un approccio attendista che tiene in scacco migliaia di persone, oltre a bloccare una fetta consistente del mercato edilizio romano.

 
Fonte: la Repubblica
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